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Siamo una razza in fase evolutiva o involutiva? – 5

Un metodo di osservazione produttivo per comprendere una Arte.

Ora ditemi, quanti veri artisti, artisti dello spessore di Leonardo, Giotto, Vermeer conoscete che sono ancora in vita? Purtroppo le nostre vite in questi ultimi anni si sono assottigliate, stiamo diventando sottili, ma così sottili che non abbiamo più un briciolo di coscienza per fare delle cose costruttive e non egoistiche per gli altri e questo mondo. Anche per questa ragione ho deciso di fare questo corso di fotografia inconsueto scrivendo ciò che non troveremo mai su nessun libro di scuola.

Infatti cosa mancava secondo il mio modesto parere ad un qualsiasi corso di fotografia? Mancava appunto una spiegazione tecnica di come si possa fare una fotografia contenente significati coscienti. E’ sotto inteso che prima di arrivare a questo punto, si deve saper fare prima una buona fotografia. E io vorrei includere tutto, dall’inizio alla fine, ciò che serve per diventare un buon Fotografo. Questo perché le scuole abbandonano sempre di più le informazioni che veramente ci occorrerebbero, trasformando tutti quanti in persone sempre più prive di conoscenze riguardo la nostra vita. Oggi viviamo in situazioni complesse, dipendenti dai cellulari e dalla TV, dipendenti dal costume di vita della nostra società, che se tutto ciò ci venisse a mancare non sapremmo da dove cominciare. Ci siamo perduti nelle complessità al punto che le stesse complessità sono diventate per noi delle complicanze. Allo stesso modo non potremmo mai più fare fotografia se non potessimo usare della tecnologia.

Quindi anche il nostro approccio mentale per imparare e studiare è cambiato. Siamo così abituati a convivere con le complessità che inoltrarsi in esse sembra sempre la cosa giusta. Ti vorrei dimostrare il contrario.

Ora faccio un esempio di cosa intendo per modo di osservare inconsueto, sempre restando in tema ovviamente. Chiaro è che trattandosi di un corso insolito, devo introdurre prima delle chiavi di lettura. Non avrei mai potuto descrivere come si fa una fotografia che contiene dei significati coscienti senza questi argomenti introduttivi. Solo un vero artista sa fare un’opera con tali caratteristiche perchè le sue peculiarità sono innate, ma appunto per questo dubito che lo sappia spiegare.

Chi si interessa di fotografia potrebbe andare in rete e in libreria e cercare degli argomenti affini che aiutino a comprenderne i suoi segreti. Io amo i segreti, per tutta la vita ho cercato di rispondere a tutte le mie domande, ma non amo le complicanze come spiegavo in un articolo precedente. Diciamo che questo è un mio dono innato, riconoscere le complicanze quando ancora sono molto lontane. Un argomento pertinente con la fotografia e che potrebbe incuriosirci è la percezione visiva. Qualcuno potrebbe pensare che se si amplifica la propria capacità di percepire visivamente, diventa più in grado di scegliere meglio gli scatti da fare. La maggior parte degli scritti sulla percezione visiva introducono discorsi sui meccanismi nervosi e loro reazione davanti ad un’opera d’arte, tecnologie di imaging cerebrale, strutture complesse del cervello, neurofisiologia, psicologia, neuroscienze e teoria di Gestalt, studi specifici delle tecniche di ogni genere. Si è parlato molto di questo argomento, ma cosa ci rimane in mano di utile dopo aver studiato tutta questa complessità?

Studiato tutto questo e altro che possiamo trovare a riguardo, non ci accorgiamo che tutto ciò ci ha solo dispersi in mille argomenti mettendoci un sacco di dubbi anche sulle nostre capacità di percepire correttamente e quindi sentiamo il bisogno di uscire dalla confusione. Oppure ci sentiamo direttamente dei falliti.

La percezione visiva è in realtà solo un piccolo pezzetto di tutto un sistema che dobbiamo riuscire a comprendere. Un piccolo pezzetto che per la sua complessità diventa infinitamente grande. Disperdersi solo in questo piccolo pezzetto equivale quindi solo a fermarsi. Non so se esiste un limite all’infinitamente piccolo o all’ininitamente grande, ma sicuramente non esiste il limite all’infinitamente complesso, perché c’è sempre qualcosa che può essere più complesso che non possiamo capire e diventa per noi una complicanza. E questo non è nemmeno sinonimo di utile. Infatti, una volta fatto tutto questo studio ci si ritrova di nuovo al punto di partenza perché non abbiamo compreso e nemmeno trovato effettivamente il nocciolo della questione. Dobbiamo a questo punto decidere di nuovo di fare il punto della situazione e di osservare il tutto in maniera distaccata,

Facciamo un passo indietro, ritorniamo indietro sulla nostra strada proprio sull’argomento che ci ha spinto a studiare la percezione visiva. Io fotografo posso pormi questo quesito: come percepiscono i miei occhi? Oppure, come traduce il mio cervello i segnali che riceve attraverso i miei cinque sensi? I nostri occhi sono strumenti adatti per vedere e distinguere ciò che vedono in modo assoluto?

Questi quesiti così intriganti, stanno diventando per me una complicanza? Se la risposta è si, tirare una riga perché vuol dire che è la nostra domanda ad essere sbagliata. Allora torniamo indietro fino all’ultimo punto che per noi non era ancora una complicanza. Osserviamo di nuovo ciò che per noi sta generando la complicanza, come vedono i nostri occhi?

Ops, l’evidenza dei fatti ci dice che non sono gli occhi che vedono, ma è la luce che riflettendosi sulla nostra retina, disegna (con i colori e le ombre) la forma degli oggetti mentre gli occhi (che vedono solo una piccola gamma di frequenze tra tutte quelle che esistono) ricevono passivamente ciò che la luce mostra con i suoi riflessi e le sue ombre. Si può aggiungere che i nostri occhi vedono una tridimensionalità (poi riprenderemo ancora questo argomento più avanti) mostrata dalla luce. Quello che gli occhi ricevono sono luminosità e colore. Tutto ciò permette al cervello di “cercare” nei suoi ricordi per trovare contenuti simili da confrontare, e soprattutto di farsi delle idee su ciò che ha guardato. Ma questo ci spiega perché, essendo l’occhio un organo passivo (perchè non esegue l’azione di guardare), deve avere la possibilità di essere in una posizione ottimale di osservazione o deve vedere l’oggetto più volte e da punti di vista differenti per distinguerne bene la forma tridimensionale. Sono organi biologici e con i loro limiti. In questo modo il cervello ha un quadro completo e trova più facilmente immagini simili a ciò che sta già guardando.

Uhmm… guarda caso tutte le possibilità che ci potrebbero essere di osservare qualcosa, come punti di vista intendo, sono descritte proprio dagli archetipi geometrici. Un po’ come quando si va a vedere una partita di calcio. E’ chiaro che dalla curva abbiamo solo una prospettiva di tutto il campo e certe “azioni” ci piacerebbe vederle anche da una prospettiva diversa per goderne appieno.

I nostri occhi quindi sono adatti a vedere meglio quando hanno a confronto due oggetti simili e non un singolo oggetto. Molto spesso riusciamo a capire bene che colore stiamo guardando se ne abbiamo altri simili da confrontare e sempre per capire che colore è quello che stiamo guardando dobbiamo andare sotto la luce del sole, perché se cerchiamo di interpretare un colore sotto le luci al neon o un’altra luce diversa dal sole, sbagliamo sicuramente. Sappiamo tutti che gli oggetti non hanno colore ma riflettono una certa gamma luminosa che appare colorata se non è completa, quindi il nostro cervello si ricorda che non c’è un colore fisso per ogni oggetto ma ci sono delle tonalità diverse per tipo di luce che ci permette in quel momento di guardare. Lui sa che per capire un colore abbiamo bisogno di più colori simili da confrontare (che conoscevamo già), oppure abbiamo bisogno dell’unico confronto valido che è un ambiente illuminato dal sole in cui il nostro oggetto si confronta in mezzo a tutto ciò che vediamo.

Il nostro DNA è figlio di questo sole, noi siamo i figli del nostro sole, e quindi i nostri occhi sono sicuramente regolati cromaticamente con il sole per riconoscere i vari colori, ma oggi vivendo sotto diversi tipi di illuminazioni, può capitare che per necessità di lavoro ci occorra un confronto. Se stiamo guardando la forma del corpo di una persona lo vedremo meglio se questo si muove perché avremo molti punti di confronto tra le proporzioni delle sue parti. In modo simile a noi, per dire che tutta la natura di questo pianeta funziona nello stesso modo, il gatto difficilmente guarda e distingue in mezzo all’erba un topolino se è fermo, ma se questo muove solo la coda, lo vede da molto più lontano che noi perché pur avendo una vista acuta da cacciatore, rispetta anche lui la regola che i suoi occhi fatichino a distinguere di cosa si tratta se non è in movimento.

Quindi i nostri occhi, ma è meglio dire il nostro cervello, decodifica meglio ciò che riceve come informazione dagli occhi, se ha un confronto da poter fare o qualcosa in movimento da seguire. In altre parole il cervello elabora il confronto, o forse è meglio dire elabora le differenze, di tutto ciò che lui riconosce. E se lo riconosce se ne fa una idea di cosa ha visto, un’altra, una nuova ma differente rispetto a quelle che già possiede. Funziona come il backup di molti computer o server. Se aggiorno un file solo, il backup non registra di nuovo tutto il contenuto dell’HardDisk, ma registra solo le differenze tra come era il file prima e adesso.

Essendo questa una azione passiva anche per il nostro cervello, la prima priorità è:

1) Riconoscere ciò che sta guardando (è normale, è sopravvivenza per noi)

2) Il cervello analizza le differenze per poter aggiungere un ricordo unito ad un significato compiuto (es.: “quella foto è di quel fotografo”). In linea generale l’analizzare i dettagli di ciò che i nostri occhi vedono passa in secondo piano rispetto all’importanza di riconoscere ciò che si sta guardando. A meno che non si guardi quella cosa per lavoro. Non è così? Provate con qualsiasi oggetto o persona o paesaggio o cibo o qualsiasi altra cosa vi viene in mente. Magari facciamo colazione sempre con la stessa tazza ma un bel giorno si scheggia e siamo costretti a metterci più attenzione per capire se è da buttare o meno. Così dopo molto tempo che la guardiamo con superficialità ci capita sotto gli occhi un dettaglio che non avevamo mai guardato e ci stupiamo che non lo avevamo visto prima anche se era sotto i nostri occhi tutte le mattine. Di fatto fino a quel momento al nostro cervello non interessava scoprire altri dettagli perché aveva già riconosciuto tutte le mattine che quella fosse la tazza per la colazione.

Lo stesso si può dire per tutti gli altri 4 sensi di cui disponiamo. Abbiamo una gamma di suoni che possiamo sentire, al di fuori di questa non sentiamo totalmente. E’ interessante questo: se un suono è oltre la gamma che noi possiamo percepire, non lo sentiamo, non è che le nostre orecchie sentono male, no, non lo sentiamo. Allo stesso modo se vediamo una frequenza di luce che i nostri occhi non possono percepire, non vediamo, tutto ciò è differente dal dire vediamo male. Sappiamo che gusto ha ogni cibo commestibile di questo mondo, e se a memoria non lo ricordiamo ma compare come sensazione di cibo appetibile o cibo non appetibile dal nostro archivio, sappiamo comunque che appartiene alla nostra terra. Questa basilare osservazione ci spinge spontaneamente verso un’altra domanda, sono i nostri sensi limitati oppure è il nostro cervello che non ha bisogno di organi sensoriali più complessi perché non gli serve prevedere altro da ciò che già percepisce?

Eppure avremmo bisogno di occhi in grado di vedere i microbi, i virus, le onde cerebrali, le vibrazioni emesse dalle zone malate di un corpo. Orecchie in grado di essere utilizzate come sonar tipo i pipistrelli. O per sentire i terremoti prima che avvengano. Sentire sapori e riconoscere se ciò che stiamo mangiando è compatibile con il nostro corpo oppure se ci stiamo nutrendo con qualcosa che ci può creare delle intolleranze. Quante cose non siamo in grado di percepire eppure ne avremmo un santo bisogno nella nostra vita moderna e complessa che siamo stati in grado di creare noi oggi. Ma non solo non lo percepiamo, non ne conosciamo l’esistenza consapevolmente, nel senso che se non ci fossero i microscopi ad avvisarci della esistenza dei virus, il cervello non saprebbe non solo vederli ma nemmeno catalogarli perché non può farne l’esperienza.

Mi verrebbe da chiedere al mio stesso cervello, se fosse in grado di rispondere, perché le sue capacità e le mie esigenze di sopravvivenza non coincidano. Perché la natura e la nostra capacità intellettiva non solo non sono in equilibrio ma sembra posseggano diverse necessità di sopravvivenza. Alla sopravvivenza di chi, risponde il nostro cervello e per che cosa, mi verrebbe da domandargli. Ma come conseguenza capisco che è un cervello di basso livello, è un cervello animale (predatore o vegetariano che sia resta un cervello animale) che ha in sé la capacità intrinseca di comprendere concetti molto più complessi di qualsiasi altro animale.

Questo non fa di noi una razza del tutto evoluta, intendendo il nostro corpo e le nostre capacità percettive. Dove non arriva la nostra capacità di controllare le cose, ci pensa la natura a rimediare. Ci da un sistema immunitario che agisce autonomamente ad esempio, e ci da un istinto in grado di dirci se una cosa è pericolosa oppure no. Esattamente come gli animali. Per tutto il resto che invece siamo in grado di percepire il nostro cervello (o la nostra mente, chi lo sa??!!) ha come priorità il riconoscere le cose come la scimmia allo zoo. Si certo qualcuno potrebbe dire, beh noi possiamo avere il concetto di Dio mentre un animale no (ne siamo sicuri? I nostri predecessori che abitavano le caverne che non si distinguevano ancora dagli animali come uomini, non avevano divinità? Ma arriveremo anche a questo argomento più avanti.), noi possiamo capire chi sia Prada, sappiamo distinguere gioielli preziosi da quelli meno preziosi, certo. Noi siamo in grado di elaborare significati molto più complessi di un animale, ma il funzionamento resta quello: il riconoscimento attraverso il confronto istintivo fino a crearne un concetto. Quanti temi si aprono a questo punto vero? Se guardiamo bene, riusciamo a fare un passo in più degli animali come capacità intellettiva, ma solo uno, non di più. Un animale non è in grado di formularsi un concetto, arriva fino ad uno o più significati perché anche loro hanno una coscienza e i significati coscienti sono appunto questo. Noi riusciamo a creare uno o più significati fino a costruire il concetto. Ma come capacità percettive e istintive non possediamo nulla di più di un animale.

Noi siamo un po’ come il topolino nella gabbia che sa che se fa girare la ruota ha un premio in cibo? Per il momento trovo tutto questo abbastanza deprimente, ma deprimente che sia oppure no, qui precipita tutto il discorso che si era impigliato nelle complessità della percezione visiva, e mi creo invece un concetto importante. Ogni qualvolta tendo a finire nelle complessità perdendo il contatto con la realtà evidente, per me significa che in quell’area non possiedo significati coscienti o esperienze da utilizzare per sapere come fare l’azione giusta. Ora guardiamoci attorno e osserviamo come funziona la nostra società e poi diamo una risposta riguardo al titolo di questo capitolo.

Osservare senza cadere nelle complessità non è sinonimo di coscienza all’opera, ma può essere un buon metodo per bypassare a piè pari questa nostra mancanza.

(parte mancante a cui faccio riferimento nel punto 2 della introduzione – usare gli strumenti più semplici e giusti sia in fotografia che durante la correzione della immagine. Gli archetipi dei colori in natura: il terzo colore comanda.)

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