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Geometria della Coscienza e dei Colori – 4

La Coscienza occupa uno spazio geometrico?

Ma cosa ha a che fare la tecnologia (e quindi la scienza) con la coscienza umana e (quindi la spiritualità)? Cosa ha a che fare soprattutto un corso di fotografia con la coscienza umana? Quando sentiamo pronunciare quella parola, ci hanno insegnato a pensare alla religione, al cattolicesimo se siamo italiani, che significa essere bigotti e anche un po’ fastidiosi, perché se lo siamo, siamo pure moralisti nel senso che predichiamo bene ma razzoliamo molto male e ci hanno inculcato il fatto che parlare di coscienza sia una gran perdita di tempo oltre che una gran seccatura. Non è marketing, non è qualcosa che si mangia, non è denaro, e soprattutto non è scienza, e quindi, a che serve?

Disapprovo totalmente. Vorrei uscire da questi luoghi comuni che sono solo dovuti a schemi. Voglio pensare che non sia mai esistito nulla del genere e quindi provare a capire qualcosa di più a rigaurdo.

Come avevo già accennato precedentemente, viviamo senza che nessuno ci insegni che tra la spiritualità e la scienza ci sia un legame profondissimo.

Approfondendo questi argomenti non si può non intravedere una relazione che subito diventa difficile da ignorare. Ho cominciato a introdurre gli archetipi, parlando di food, ma ho solo parlato di archetipi di millesima categoria. Gli archetipi base sono poco più di una ventina, a cominciare da quelli sacri che parlano della geometria del nostro universo. Leonardo li conosceva bene sicuramente poiché la Spirale Aurea, l’Uomo Vitruviano, li ha disegnati descrivendo appunto la nostra geometria. Una unica geometria per tutto l’universo. Il numero Phi, l’Uomo Vitruviano, la Spirale Aurea, i Mandala, la Sequenza di Fibonacci, l’Insieme di Mandelbrot e di conseguenza i Frattali, gli Insiemi di Julia che ci mostrano come possa la Spirale Aurea disegnare tutte le cose del mondo che conosciamo, tutto ciò coincide e descrive una sola geometria, la nostra. Tra tutti questi archetipi, che in fondo sono pochi, c’è il primo (il riflesso di se stesso) che potrebbe essere l’idea appunto della esistenza geometrica (geometrica perchè descritta da archetipi geometrici) della nostra Coscienza.

In fondo la Coscienza è energia, lo dicono anche scienziati moderni e se è energia occupa uno spazio che deve avere per forza una geometria. Dico che potrebbe essere la descrizione di ciò che in sostanza è la coscienza perché chiunque lo possa provare faccia un passo avanti per cortesia. Io ci vorrei arrivare con delle semplici osservazioni. Solo il dott. Malanga che io sappia, scienziato e genio chimico e fisico, che ho conosciuto molti anni fa durante una sua conferenza di fisica sul Super Spin, si è spinto a spiegare la coscienza attraverso gli archetipi. Non voglio pretendere di fare la stessa cosa adesso intendo, non posseggo le capacità di calcolo che possiede lui. E’ un processo che forse riuscirò a fare in un tempo più lungo perchè molto complicato. Quindi invece di tuffarmi nel tentativo di dimostrare che la coscienza faccia parte di una semplice risultanza tra archetipi, faccio un passo indietro e riosservo tutto da capo cercando di non fissarmi su una complessità che per ora contiene troppi dati sconosciuti.

Si potrebbe anche prendere in esame la fisica quantistica che afferma che solo prendendo in considerazione l’esistenza della coscienza osservatrice, si possono spiegare certi esperimenti di laboratorio. Ma oltre ad essere veramente complicata, la trovo piuttosto noiosa e non ho un laboratorio in grado di utilizzare fotoni per oggi.

Abbiamo invece a disposizione la nostra capacità di osservazione e il nostro buonsenso che la Enciclopedia Treccani descrive così: buonsènso (o bonsènso; più com. buòn sènso) s. m. [calco dell’espressione fr. bon sens]. – Capacità naturale, istintiva, di giudicare rettamente, soprattutto in vista delle necessità pratiche. Ora ditemi se il nostro buonsenso, che non dovrebbe essere un optional per nessuno, non è in realtà la nostra coscienza?

La parola coscienza, secondo Jung, definisce accuratamente ciò che resta come risultato dall’aver avuto una esperienza positiva e costruttiva. Una qualsiasi esperienza positiva o negativa. Non ci sono molti dizionari dal quale posso estrarre questo significato, ma Jung, che qualcosa sapeva sulla psiche umana, definì la parola coscienza in questo modo. Tecnicamente è ciò che ci consente di essere diversi dagli altri perché ognuno fa le proprie esperienze. 

Ciò che ci rende diversi dagli altri cioè sono, in prima analisi, la coscienza nata dalle esperienze che facciamo con i nostri genitori quando nasciamo, poi per le esperienze della scuola, poi quelle per le esperienze sul lavoro, con gli amici, con i colleghi, la famiglia ecc ecc.

Dove l’istruzione è la conoscenza, mentre le esperienze sono la coscienza.

Unite insieme queste due cose definiscono cosa sia l’intelligenza e ci danno la possibilità di comprendere nella nostra vita. E’ un po’ come unire la Spiritualità e la Scienza. Noi siamo fatti di queste due componenti, perché mai questa assurdità di renderle nemiche nella nostra storia?

Si, se ci pensiamo un attimo, siamo più coscienti nelle aree dove abbiamo sviluppato più esperienza, lo siamo di meno dove non l’abbiamo sviluppata, ma è anche ciò che gli altri riconoscono di noi senza che questo avvenga con un ragionamento logico. Noi siamo un po’ come delle opere d’arte, se siamo delle belle opere siamo delle belle persone, se non lo siamo vuol dire che abbiamo acquisito poca coscienza nella nostra vita. Può anche essere innata, certo, ereditata dalla vita dei nonni, dei bisnonni e trasferita in noi come forma di memorie ed energia dentro di noi quando nasciamo, ma già nascere con due genitori che sanno cosa sia l’amore, e crescere con loro, crea in noi una determinata (ben specifica e di carattere) generosa coscienza.

E’ un po’ come la fotosintesi, se quando nasci vieni nutrito dalla luce, cresci sano e forte, se vieni nutrito dall’amore sarai in grado di riprodurre lo stesso amore, e avrai una forte vitalità. Normale, ma non tanto comune nella nostra società. La coscienza è quella cosa che distingue una opera d’arte da una opera artigiana fatta come si deve. Cosa conterrà mai l’opera d’arte che si distingue da ogni altra cosa fatta come si deve? Contiene dei significati coscienti che risvegliano in noi emozioni in grado di farci provare una esperienza osservando l’opera stessa. L’opera stessa si fa guardare e noi la guardiamo attraverso le emozioni che sempre lei scaturisce in noi. In pratica una opera d’arte contiene il messaggio dell’autore, contiene i significati coscienti che l’autore stesso ha voluto imprimere nella sua opera. Tutto ciò ci permette di leggere questi significati e di vivere una esperienza emotiva mentre lo facciamo. Sicuramente ti è capitato di trovarti di fronte ad un’opera d’arte almeno una volta nella vita, e qualcosa sicuramente hai provato o sperimentato.

Tutti abbiamo una coscienza, ma ne stiamo perdendo l’idea che per noi la coscienza sia la cosa più importante della nostra vita. Ed è vero si che ogni persona, ogni animale, ogni cosa possiede la sua coscienza. Per quanto possa essere piccola la coscienza di un oggetto, poiché ne esprime solo il suo significato più importante, cioè l’utilizzo che si deve fare di quell’oggetto e basta, è pur sempre coscienza. Avete mai usato un utensile di un altro per la prima volta senza capirne l’uso vero e proprio? all’inizio non lo capite, poi quando lo vedete usare dal proprietario che ne ha compreso bene invece il suo significato, ne comprendiamo il significato pure noi. Vederlo usare nel modo corretto, vi fa riconoscere qualcosa riguardo l’oggetto che solo con i nostri occhi non vediamo, ovviamente il suo significato cosciente. Ecco è così semplice e tutto qui.

Una persona particolare che ha fatto diventare la sua tecnica unica al mondo una arte vera e propria (Dan Margulis), diceva sempre: é sciocco non insegnare, perché la persona capace ci arriva lo stesso, quella incapace non ci riesce nemmeno se glielo spieghi. Cosa voleva dire con questo, voleva dire che chi ha coscienza, quindi esperienza riguardo l’argomento, riesce ad avvicinarsi alla sua arte e la impara, chi non ce l’ha non ci riesce nemmeno se gli viene spiegato. E’ molto importante osservare in noi questo quando ci approcciamo alla fotografia. Bisogna comprendere bene a che cosa siamo portati per riuscire a fare un lavoro con passione, amore e magari con “coscienza”. Se riusciamo a trovare la nostra passione quando lavoriamo ci ricarichiamo, se facciamo qualcosa invece che non ci piace, ci consumiamo.

Una cosa che nessuno vorrebbe imparare ad esempio in fotografia o nella elaborazione delle fotografie è l’utilizzo degli spazi colori, l’utilizzo cioè della geometria dei colori. Ma ci sta, si tratta di una complicanza che ha imposto la fotografia digitale, però per fare fotografia con passione dobbiamo capire di cosa si tratta.

Una cosa che invece potrebbe essere di interesse per chiunque, sarebbe ciò che potrei riuscire a dimostrare riguardo la struttura geometrica di ogni coscienza. Guarda un po’, il nostro lato positivo, il nostro intuito e la nostra capacità di percepire, oltre che di scegliere il bene dal male, che occupa uno spazio fisico. Questo si sarebbe una cosa inaspettata. Eppure seppur non palpabile o sperimentabile con i nostri 5 sensi, potrebbe nascere da una interazione nostra con lo spazio e le cose o persone contenute in esso. Infatti la fisica quantistica si spiega come possono avvenire certi fenomeni giocando con i fotoni, solo se una o più osservatori interagiscono con l’esperimento. Se ci sono osservatori considerano il risultato di un esperimento in funzione della presenza di una o più coscienze.

Nel punto due si parla quindi di geometria e geometria dei colori, metodi conseguenti di visualizzazione e di stampa e dei suoi traduttori che sono i profili colore. (su questo argomento ne hanno dette talmente tante che ancora oggi solo pochi hanno davvero compreso l’utilizzo dei profili colore e degli spazi colore che usa la fotocamera e lo stesso Photoshop con il suo motore di render. Spazi colore e luminosità di una fotografia – uso della luce in fotografia a dispetto della saturazione – fotografia drammatica o soave, non malinconica

(parte mancante a cui faccio riferimento nel punto 2 della introduzione) *

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